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Paura dell’abbandono

Abbandono
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Quante volte ti è capitato di avere il terrore, l’ansia, la paura di essere abbandonato?

Ti racconto la mia storia in merito all’argomento, ero piccolina quando i miei genitori si sono separati, ero una bimba che andava alla scuola elementare, inizialmente potevo vedere papà alla domenica, poi nei week end ogni quindici giorni. Capitava delle volte che per lavoro o altro mio padre non arrivasse in orario oppure saltava la visita.

Stavo in attesa davanti alla finestra, mi veniva l’ansia e il mal di pancia che delle volte era con vere e proprie coliche, mi agitavo e quando lo vedevo comparire improvvisamente passava tutto e correvo felicissima incontro a lui, quando era in ritardo stavo davvero male, mi sentivo mancare il respiro, il cuore che batteva talmente forte da sentirne il battito rimbombare nelle orecchie e quando poi il ritardo si tramutava in assenza definitiva, la delusione era talmente forte che niente poteva farmi passare la tristezza.

Poi crescendo sono stata io ad andare via, non mi aspettavo più niente e quando lo vedevo e/o lo sentivo, prendevo le cose come venivano, ogni promessa non era più un’aspettativa, ma un “ok, va bene”.

Un altro tipo di “ansia dell’abbandono” ho iniziato a percepirla quando è venuto a mancare il mio nonno materno nel 2014, lui mi ha sempre difesa in tutto, ha sempre preso le mie parti anche quando me ne sono andata e lui ne ha sofferto tantissimo, era uno di quei nonni che non importa se i nipoti sono uno tre 10 o 20, li amava tutti e li trattava tutti nella stessa maniera. Per me forse ha sempre avuto un accorgimento in più, forse anche per la mia infanzia sfortunata con la malattia che mi ha sempre fatto fare una vita diversa dagli altri bambini.
Era stupendo quando andavamo in montagna solo io e lui e mi portava a spasso per il paese, o quando con orgoglio mi presentava ai suoi amici e mi abbracciava forte, mi ha insegnato a giocare a carte, ricordo un giorno in modo talmente vivido che se chiudo gli occhi mi sembra di percepire ancora quell’attimo.
Eravamo seduti al tavolo rotondo del soggiorno in 6 o 7 non ricordo di preciso, sopra ad esso una luce calda e gialla ci illuminava tutti, la nonna aveva messo sulla stufa a legna le bucce dei mandarini e sul tavolo c’erano le caldarroste appena fatte, il profumo si diffondeva nell’aria e insieme alle nostre risate mentre giocavamo tutti insieme a “scala 40” rendeva l’atmosfera allegra, piacevole e rilassante, la tranquillità e spensieratezza che avevo in quel momento erano impagabili.
Quando lui è venuto mancare una paura tremenda ha avvolto il mio cuore, ogni telefonata da parte di un parente scatenava il panico nella mia mente nel cuore e nei miei occhi.

Mi manca terribilmente il mio dolce nonno Alberto.

Un altro esempio è quando mio padre è venuto a mancare improvvisamente nel 2017, l’ho scoperto dai social, niente fu così sconvolgente.

Stavo cenando a casa mia con mio marito all’epoca mio fidanzato e un’amica che abitava nel palazzo qualche anno prima, stavamo parlando del rapporto tra genitori separati e figli e l’argomento mi portò a chiedere al mio fidanzato di farmi vedere dal suo telefono il profilo di mio padre sui social, quella mattina un’amica di famiglia dai nonni paterni mi ha parlato di un post di mio padre per le figlie e gli amici, l’avevo letto velocemente e senza attenzione in quel momento nel mezzo di un discorso e lo volevo rileggere meglio, è stato li che mi sono resa conto di quello che c’era scritto, non era la prima volta che metteva un post dove si lamentava della vita ma quello era diverso, l’ho riletto di nuovo e di nuovo ancora e poi ho letto i commenti, scorrevo e scorrevo incredula nel leggere parole come “R.I.P., perché l’hai fatto, perché non me l’hai detto, perché non mi ha chiamato”, un urlo disperato mi è uscito prepotente, ho iniziato a telefonare a mia madre mio zio il 112, ero nel panico più completo disperata sconvolta e solo ore dopo mi chiamò il Maresciallo della caserma di San Giovanni in Persiceto e mi confermò il tragico evento.

E’ morto il giorno del mio tredicesimo anniversario del trapianto, il 15 aprile, per mesi ero avvolta da un senso di praticità e dovere surreale, non ero io, era come se stessi vivendo una vita parallela in maniera automatica e ogni giorno era esattamente uguale a quello prima, poi qualche giorno prima del mio compleanno che è a gennaio mi resi conto che anche quell’anno non avrei ricevuto i suoi auguri di compleanno, nemmeno l’anno dopo e quello successivo e via dicendo. Ero distrutta e avevo bisogno di stare da sola per mettere insieme i pezzi, il cuore sembrava far male e nel petto mi sembrava di avere un macigno, avevo difficoltà a respirare, guardavo il mondo smarrita e non sapevo più cosa dovevo fare, perché e per come, avevo solo milioni di domande che affollavano la mia testa senza un ordine logico e che mai avranno risposta. In questi momenti è fondamentale avere qualcuno accanto che sappia rispettare i tuoi spazi e i tuoi tempi, qualcuno che non analizzi il tuo dolore per giudicarti, per puntare il dito su te o di chi hai perso, non si ha bisogno di persone che dicano frasi fatte o parole come “calmati, smettila di piangere, piantala, la devi finire di essere triste, rilassati”.

E’ stata dura ma non una cosa è certa, non è vero che il tempo guarisce, con il tempo impari a viverci ma non te ne puoi fare una ragione, non puoi smettere di pensarci, non puoi andare avanti come se nulla fosse successo non puoi. Ognuno elabora una perdita in modo diverso e ognuno ha tutto il diritto di prendersi tutto il tempo che gli serve per elaborare il lutto.

Da allora non sono più forte, se prima ogni telefonata mi metteva ansia, ora ho sempre paura, specialmente dopo aver fatto un incubo, il giorno dopo sono sempre prevenuta su ogni telefonata che ricevo e quando succede qualcosa, finché tutto non è passato e finito bene l’ansia è li che mi vuole portare giù nel suo baratro.

Ascoltare la musica è il mio modo per riuscire a resistere, ma anche scrivere o cantare e guardare film o serie TV dove tutto finisce bene e/ o sono divertenti mi aiuta a ricaricarmi di ottimismo e positività.

Una cosa ho capito bene, finche non riuscirò a pensare a qualcosa senza piangere significa che l’ostacolo non è che ancora stato superato e ci devo lavorare. Non abbiate paura a parlarne con uno psicologo, lo psicologo poi deve essere una figura che ci trasmetta fiducia e ci aiuti ad arrivare al nocciolo del problema quindi non bisogna esitare a cambiare professionista se il primo trovato non ci ha soddisfatti. Ma soprattutto, non bisogna vergognarsi a rivolgersi ad uno specialista e io ringrazio davvero di cuore la mia psicologa che mi ha assistito dopo la morte di mio padre, la Dott.ssa Cassitto è stata per me molto fondamentale.

Non ho finito il percorso, ne ho iniziato anche uno di gruppo con la fantastica Psicologa dell’associazione A.S.A.L. per la Sindrome di Alport, la Dott.ssa Elisa Dessì, è un percorso diverso ed è molto utile sentire varie esperienze di vita, per questo ribadisco, non vergognatevi di aver bisogno di parlare con qualcuno che non sia un amico un parente, ammettere di aver bisogno e prendere il primo appuntamento è già un grande passo fatto e significa solo volersi bene”

La perdita di un genitore credo sia quella più difficile e ogni volta che sento la canzone di Eros Ramazzotti “Sta passando Novembre” non riesco a fare a meno di cantarla, finché le lacrime non mi bloccano, è la canzone che più mi fa pensare al mio papà, per sempre “Il Pisl”.

Ci sono vari siti dove spiegano come fare e a chi rivolgerci, in particolare ho trovato interessante l’articolo del Dott. Nicola Colamonico sul sito dello Studio Colamonico che ringrazio molto per le riflessioni che pone, se volete leggerlo questo è il link https://www.studiocolamonico.it/blog/paura-dell-abbandono/

E tu come hai affrontato la fobia dell’abbandono?

Per te che hai paura, non sai cosa fare, ti senti smarrito e confuso, ti dedico questa canzone, mi raccomando fanne un mantra!
Un abbraccio
Laly

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